L'amica di casa
by FreddyflyAvevo diciassette anni ed ero nel pieno della mia forma fisica: spalle larghe, addominali scolpiti e quella spensieratezza tipica dell'età. Mia madre faceva la sarta in casa, il che significava un viavai continuo di amiche che passavano a farsi fare un orlo, ad aggiustare una gonna o a ritirare un vestito per la sera. Per me era la normalità.
Era una mattina che ricordo ancora perfettamente. La scuola era finita da poco; la sera si faceva tardi con gli amici e la mattina si recuperava il sonno. In camera mia faceva un caldo tremendo, tanto che dormivo solo in slip.
Saranno state le undici quando un brusio mi svegliò. Pensando che mia madre fosse al telefono, mi alzai ancora mezzo assonnato e mi diressi a piedi scalzi verso la cucina per darle il buongiorno.
Come aprii la porta, però, mi bloccai. Seduta al tavolo non c'era solo mia madre, ma anche Maria, un'amica di famiglia. Era una donna affascinante: mora, sempre truccata il giusto, unghie curate, quel giorno indossava un pantacollant rosso acceso e un paio di scarpe con il tacco.
In quel preciso istante mi resi conto di due cose: la prima era che, come ogni mattina, avevo una evidente erezione; la seconda era che ero praticamente nudo davanti a lei. Tuttavia, data la confidenza e l'abitudine di vederla spesso a casa, la cosa non mi scompose più di tanto.
Mi avvicinai comunque al tavolo, diedi un bacio a mia madre e salutai l'altra con un cenno:
«Ciao, Marì.»
Fu allora che incrociai il suo sguardo. Notai chiaramente i suoi occhi scivolare dal basso verso l'alto, squadrarmi da cima a fondo, fino a incontrare i miei.
Senza mostrare imbarazzo, me ne andai in bagno a darmi una rinfrescata. Pochi minuti dopo ero di nuovo lì in cucina, sempre a petto nudo e in slip, pronto a farmi la colazione.
Qualche giorno dopo quell'incontro, mia madre mi chiese di portare a casa di Maria un paio di pantaloni che aveva appena accorciato. Come sempre, accettai senza pensarci due volte. Maria aveva tra i quaranta e i quarantasei anni, una donna matura e affascinante. Quando bussai alla sua porta, mi aprì indossando una gonna e una maglietta leggera. Mi invitò a entrare e io, con tutta l'innocenza dei miei diciassette anni, la seguii in casa.
«Hai voglia di qualcosa di fresco?», mi chiese con un sorriso.
«Una limonata sarebbe perfetta», risposi.
Mi fece accomodare sul divano e si sedette molto vicina a me. Cominciò a chiedermi della mia vita, di cosa facessi e di quali fossero i miei progetti. Le raccontai che ad agosto avrei compiuto diciott'anni, che non vedevo l'ora di prendere la patente e che poi avrei continuato con l'università; insomma, i classici discorsi di quell'età. Lei, di contro, cominciò a confidarsi: mi disse che si sentiva sola, che suo marito Alessandro era quasi sempre fuori per lavoro e che badare da sola a un figlio di quindici anni la stancava molto. Io, all'epoca, non coglievo ancora i segnali.
Da quel giorno in poi, le commissioni da Maria diventarono una costante. Ogni volta che mia madre rammendava qualcosa per lei, toccava a me fare la consegna, e ad attendermi c'era sempre un bicchiere di limonata fresca pronto sul tavolo.
Arrivò agosto, compii diciott'anni, presi la patente e finalmente ebbi un'auto tutta mia. Le visite a Maria, però, non si interruppero.
La svolta arrivò in una mattina d'autunno. Non ero andato a scuola e mia madre mi mandò da lei per consegnare la giacca di Alessandro. Quando Maria aprì la porta, rimasi senza fiato: indossava lo stesso pantacollant rosso dell'estate e una maglietta decisamente aderente. In quei mesi i miei ormoni erano cambiati, e ormai non riuscivo più a guardarla con gli occhi ingenui di prima.
Entrai e mi accomodai sul divano. Mi portò la solita limonata, si sedette accanto a me e ricominciò a raccontarmi che Alessandro era partito e che la casa era vuota. Mentre parlava, continuava a sfregarsi nervosamente le mani sulle cosce e le sue guance si facevano man mano più rosse.
Cresciuto con i film di Tinto Brass, il mio cervello fece un collegamento immediato. Pensai: “O qui prendo uno schiaffo e faccio la figuraccia del secolo, oppure scatta un bacio memorabile su quelle labbra”.
Allungai la mano e la posai sulla sua coscia. Lei non si ritrasse; al contrario, afferrò la mia mano e la guidò più in alto, proprio lì in mezzo. Era incredibilmente calda e accogliente. Il mio corpo rispose all'istante. In un attimo mi ritrovai sdraiato sul divano con i pantaloni abbassati e le sue labbra sul mio membro. Una sensazione bellissima, che fino a quel momento avevo solo sognato sullo schermo.
Non ricordo quanto durai quella prima volta, ma l'eccitazione rimase alle stelle. Maria impazzì di desiderio: si tolse i pantacollant — accorsi allora che non portava gli slip — salì sopra di me e mi sussurrò sul viso:
«Mi raccomando, quando senti che stai per venire urlamelo, che poi ci penso io.»
Da quel giorno la nostra relazione clandestina decollò. Presto non ebbi più bisogno delle scuse di mia madre: andavo a trovarla di mia iniziativa e lei si faceva trovare sul divano nelle posizioni più eccitanti. La mia preferita era quando si metteva in ginocchio, prona in avanti sul divano, aspettando che la prendessi da dietro. Ne andavamo matti entrambi. Imparai presto a gestire il piacere e a venire fuori, lasciando traccia di quella passione ovunque sul suo corpo.
La parte più surreale di tutta questa storia arrivò con le feste di Natale. Ritrovarsi tutti insieme attorno allo stesso tavolo a giocare a carte — io, mia madre, Maria e suo marito Alessandro — era un brivido continuo. Ci scambiavamo sguardi complici che l'ignaro marito non poteva cogliere, e a me bastava guardarla per sentire il sangue pompare nelle vene. Non appena lei si alzava per andare in cucina ad aiutare mia madre, inventavo una scusa, la seguivo di nascosto dietro l'angolo del muro e le infilavo una mano tra le chiappe, strappandole un brivido silenzioso.
La nostra audacia crebbe col tempo. Una volta mi chiese di aiutarla a ritirare i panni asciutti sul terrazzo condominiale. Lì sopra c'era una piccola cantina che Alessandro usava come officina. La spinsi contro il bancone da lavoro di suo marito; lei mi avvinghiò la vita con le gambe e facemmo l'amore lì, all'aria aperta, col rischio costante di essere scoperti.
Questa storia andò avanti per un bel pezzo, finché l'azienda di Alessandro non gli cambiò mansione, riportandolo a lavorare stabilmente nella nostra zona. Le occasioni svanirono, ma la complicità è rimasta intatta. Ancora oggi, quando ci incrociamo, i nostri occhi si cercano per un secondo. È un saluto muto, un codice segreto che sembra dire: “Grazie, sei stata fantastica”.
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