Sesta puntata. Rinascita.
by Mark90
Il messaggio di risposta di Sara arrivò un istante dopo. «Sì, Marco» diceva. «Ci vediamo alle nove al Bar B, se per te va bene». Risposi con un semplice «Ok», mentre la testa si trasformava già in un campo di battaglia affollato da pensieri e ricordi taglienti. Sprofondato nel letto, al buio, immobile in quell'impazienza dolorosa che mi separava dal domani, mi pareva di sentire il suo profumo nell'aria. Una tortura dolcissima.
Poi la mente iniziò a vagare, naufragando nei ricordi di quelle calde giornate estive in spiaggia, quando ero solo un ragazzo. Rivedevo me stesso al mare sotto l’ombra dell'ombrellone, con le cuffie del walkman premute sulle orecchie. Le note di Creep dei Radiohead risuonavano come la colonna sonora perfetta della mia inadeguatezza, un urlo silenzioso che mi scavava dentro mentre guardavo Sara, ancora una ragazza, e la desideravo. Perché lei era di una bellezza magnetica, il profilo leggero e un seno piccolo che esaltava una grazia d'altri tempi; non aveva bisogno di esibirsi, le bastava un movimento per sprigionare una sensualità innata, un'eleganza naturale che ti toglieva il fiato; era letteralmente circondata da ragazzi che la divoravano con gli occhi, facendo a gara anche solo per strapparle una parola. E io, mentre il mio walkman urlava
I'm a creep, I'm a weirdo
ero lì. Invisibile. Completamente e disperatamente perso di lei.
Un'invisibilità che avevo cercato di sconfiggere a tutti i costi nell'ultimo periodo. Nei cinque mesi trascorsi lontano da lei, infatti, avevo avuto più donne di quante ne avessi avute in tutta la mia vita: timide, porche, impacciate ed esperte. Eppure, il vuoto era rimasto intatto. Nessuna di loro, nemmeno per un istante, era stata capace di darmi un briciolo di quello che Sara mi regalava con un solo sguardo, o con l’accenno di un sorriso.
Erano stati solo disperati tentativi di vendicami ed anestetizzarmi. Corpi usati come scudi per non pensare, per dimostrare a me stesso che potevo ancora piacere, che potevo sopravvivere al crollo. Ogni notte passata nel letto con una sconosciuta era una bugia che raccontavo al mio orgoglio, una farsa per convincermi che fossi io quello forte, quello che andava avanti. Ma la verità mi crollava addosso ogni volta che aprivo gli occhi alle prime luci dell'alba, nel silenzio di una stanza al fianco di una donna che non mi apparteneva: nessuna di quelle donne era lei. Nessun profumo, nessuna carezza riusciva a cancellare il sapore del suo tradimento, né il desiderio viscerale di riaverla indietro.
Il mio orgoglio aveva preteso quella distanza, urlandomi che non potevo perdonarla, che valevo di più. E adesso, dopo cinque mesi passati a collezionare distrazioni per non impazzire, mi ritrovavo al punto di partenza. Nudo, al buio, terrorizzato dall'idea di rivederla l'indomani, conscio che mi sarebbe bastato un solo secondo per perdonarle tutto. O per odiarla ancora di più.
Quella notte fu un vero inferno ma alla fine, abbandonato in quei pensieri, Morfeo ebbe la meglio.
Mi svegliai poche ore dopo e uscii di casa; ero molto in anticipo e per strada procedevo lentamente. Arrivai all’appuntamento al Bar B con venti minuti di anticipo e capii che a lei la notte era andata persino peggio. Era già lì, seduta a un tavolino d'angolo, immobile. Appena mi vide si alzò in piedi, quasi di scatto, con una fragilità che mi colpì d’impatto.
«Ciao Marco... Grazie per aver voluto vedermi», disse, e la sua voce era poco più di un sussurro.
Rimasi immobile per un secondo che parve eterno. La guardai e un nodo mi stringeva la gola. Erano passati cinque mesi, ma sembrava un'altra persona. Il suo volto era una maschera di sofferenza: era visibilmente smagrita, con gli occhi cerchiati da una notte insonne che nessun trucco avrebbe potuto nascondere. Si capiva che aveva provato a darsi un tono, a tirarsi su per questo appuntamento, ma i capelli opachi e disordinati tradivano settimane di abbandono. Quell'immagine di donna prostrata e vinta spazzò via, in un secondo, gran parte della rabbia che avevo accumulato.
«Ciao Sara», risposi. La mia voce uscì più fredda e distaccata di quanto avrei voluto, ma era l'unica protezione che mi rimaneva contro il desiderio violento di fare un passo avanti e stringerla.
Fece un piccolo cenno con la testa, tormentandosi le dita sottili intorno a un tovagliolo di carta ormai ridotto in mille pezzi. Non riusciva a guardarmi fisso negli occhi, e quel senso di colpa che le si leggeva in faccia, anziché placare il mio orgoglio ferito, mi scavò un vuoto ancora più grande nello stomaco.
«Ti ho ordinato un cappuccino e una brioche….alla crema, come piace a te», mormorò, indicando il cameriere che stava arrivando. C'era così tanta supplica in quel piccolo gesto, così tanta paura di un mio rifiuto, che sentii le mie difese vacillare. La guardai dritta negli occhi e le dissi «Che cazzo hai fatto, Sara? Perché?» Lei abbassò lo sguardo, le labbra che tremavano leggermente. «Sono imperdonabile, Marco. Lo so. Non merito nulla ed è giusto che io paghi per quello che ho fatto. Capisco perfettamente se non vorrai mai più vedermi... ma ti prego, lasciami almeno la possibilità di chiederti scusa. Solo questo.» In quel momento, dentro di me si scatenò una tempesta. Sapevo benissimo che se le avessi dato la possibilità di spiegare, se avessimo iniziato a sviscerare i motivi di quel tradimento, il mio orgoglio sarebbe tornato a galla ferocemente, reclamando giustizia e spingendomi ad andarmene. Ma guardando la sua totale resa, il suo pentimento sincero impresso sul corpo e nello sguardo, sentii che distruggere quel che restava di lei avrebbe distrutto definitivamente anche me.
«Non dire nulla, Sara», la interruppi, la voce più morbida di quanto mi aspettassi. «Non dire nulla. Alzati, andiamo a casa.»
Lei sgranò gli occhi, incredula. «Cosa? Davvero... Marco?»
Non risposi a parole, mi limitai ad alzarmi. Sul suo viso le lacrime iniziarono a scendere libere, ma stavolta erano lacrime di sollievo, di una felicità insperata.
Mezz'ora dopo, le chiavi giravano nella toppa. Quando aprimmo la porta di ingresso, venni investito da una strana sensazione. Era strano rientrare lì dentro, in quella che era stata la nostra casa. L'aria era ferma, pesante; l'appartamento era rimasto chiuso per settimane, da quando Sara si era trasferita da Elena. Posammo le chiavi sul mobile del corridoio. Il silenzio della casa sembrava aspettare le nostre mosse. Per la prima volta dopo cinque mesi, eravamo di nuovo sotto lo stesso tetto.
Lei attraversò la stanza con passo esitante, quasi a voler chiedere permesso a quelle mura che un tempo avevano custodito la nostra felicità. Spalancò le finestre: un fiume di aria fresca e luce inondò la sala, sollevando la polvere di settimane di abbandono e solitudine.
Io rimasi immobile al centro della stanza, sospeso in quel limbo di ricordi. Guardai in controluce, i contorni della sua figura nella trasparenza del vestito illuminato dal sole.
«È mai stato qui?», le chiesi, e la mia voce risuonò più grave del solito nel silenzio della casa.
Lei si voltò lentamente. C'era una dolorosa fierezza nel modo in cui mi guardò. «No», rispose, e i suoi occhi imploravano di essere creduta, come a voler tracciare un confine al suo tradimento. «Mai. Nemmeno dopo che te ne sei andato». Quella domanda, riallacciò il discorso interrotta al tavolino del bar.
«Perdonami, Marco...», sussurrò, muovendo qualche passo verso di me. Le tremava la voce, carica del peso di quei mesi di separazione e del fantasma del suo tradimento. «Avevo perso la testa, non ero in me».
Si avvicinò. Sentii il profumo della sua pelle, lo stesso che mi aveva tormentato durante l’ultima notte. Allungò le mani e strinse le mie, un contatto caldo che mi scosse fin nel profondo. Mi liberai bruscamente dalla sua presa e, guidato da un impulso indomabile, la spinsi verso il divano.
Lei cadde indietro sui cuscini, lanciando un urlo soffocato. Sgranò gli occhi, lo sguardo pietrificato dal terrore: per un istante infinito pensò che quel gesto fosse l'inizio di una resa dei conti violenta, che la rabbia per il suo tradimento si stava trasformando in violenza.
Invece, mi chinai su di lei. Le afferrai il viso e la baciai.
Fu un bacio disperato, affamato, che racchiudeva tutta la rabbia, la nostalgia e il bisogno che avevo di lei. Quando lei capì le mie intenzioni, quando il terrore di essere colpita lasciò spazio alla consapevolezza che quel gesto era solo il crollo di un uomo distrutto, la paura svanì, sostituita da un pianto silenzioso.
Le sue braccia mi avvolsero ricambiando il bacio con un trasporto che sapeva di liberazione. Mi strinse a sé con una foga straziante, aggrappandosi al mio collo come se fossi la sua unica ancora di salvezza in un mare di macerie. Le nostre bocche continuarono a cercarsi con disperata insistenza: un bacio intriso del sapore salato delle nostre lacrime, che rigavano i volti e si mescolavano sulle labbra. Tra un respiro spezzato e quel sapore di sale che graffiava la gola, lei continuava a ripetere il mio nome, «Marco... Marco, amore mio», come una preghiera disperata rivolta a qualcosa che sapevamo entrambi non sarebbe mai più tornato a essere puro.
La presi in braccio e la portai a letto, in camera. Cominciai a spogliarla e la baciai. Poi, però, esitai: nel buio della stanza, il suo corpo mi apparve improvvisamente estraneo sotto le mani. Si era trascurata ed era dimagrita così tanto che non la riconoscevo. Le sfilai le mutandine e cominciai a baciarla scendendo tra le sue gambe. Sembrava a disagio e tormentata dai sensi di colpa per il tradimento e si irrigidì proprio mentre mi facevo strada tra le sue gambe con la bocca. Ma quando un attimo dopo le aprì e mi prese la testa tra le mani, ogni rumore di fondo si spense, ogni ferita svanì. L'impatto travolgente con la realtà più dolce: il profumo e il sapore inconfondibile della sua figa i suoi gemiti di piacere. Non erano solo percezioni dei sensi, ma la consegna delle chiavi di uno scrigno. In quell'istante preciso non c'erano più distanze, non c'erano più ombre. Tra quelle gambe ero a casa mia. Dopo averla penetrata e fatta godere, mi fece sdraiare. Le sue labbra avvolsero il mio cazzo, mandandomi in estasi con un ritmo che replicava alla perfezione quello della mia stessa mano; una cadenza esatta, personalissima, che solo chi ti ha guardato dentro e conosce il tuo piacere è capace di imitare. La bocca si alternava alla lingua, che dalla cappella scendeva fino alle palle per poi risalire e riprendere quel movimento perfetto. Il mio orgasmo fu impetuoso e liberatorio, un diluvio sul suo viso che lavò via dal suo volto l’onta del tradimento. Quando lo sperma la colse all'improvviso, lei lo raccolse a piene mani, per poi succhiarlo e leccarlo dalle dita con un’avidità sensuale, quasi febbrile. In quelle gocce calde cercava il farmaco miracoloso, l'assoluzione che l’avrebbe purificata. Ci abbracciammo stretti, madidi di sudore e lacrime, finalmente consapevoli che il nostro lungo inverno era finito.
Mentre lei rimase a casa a riappropriarsi delle stanze, ripulendola dalle settimane di polvere e abbandono, io uscii a fare la spesa con una felicità che non provavo da mesi. Presi qualche giorno di ferie; lei, d'altronde, aveva lasciato il lavoro in ospedale per fuggire dall'ombra soffocante del suo primario.
Dedicammo i giorni successivi interamente a lei, un tassello alla volta. Mi trasformai nel suo custode: le preparavo pranzi e cene deliziose, curando ogni ingrediente per costringerla a mangiare, a riaccendere quel corpo che la sofferenza aveva quasi spento. E poi c'era il sesso; matto, disperatissimo, famelico. Un corpo a corpo che consumava le sue poche calorie, sì, ma che allo stesso tempo sembrava infonderle una nuova linfa vitale. La ripresa fu un prodigio. Nel giro di poco tempo, la fioritura: la pelle, prima opaca per il digiuno e il dolore, riprese a splendere; le forme svuotate tornarono morbide, accoglienti. Tornò bella, più bella di prima, radiosa e solare come se il buio dei mesi passati avesse solo fatto da sfondo alla sua luce. Quando la vidi prepararsi per il suo primo giorno di lavoro nella nuova clinica privata, fiera nel suo camice pulito, lontano dai fantasmi del passato, capii che il cerchio si era chiuso. Finalmente, tutto era di nuovo perfetto.
Continua……
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